Le cose che ho da dire, Veronesi, Caos calmo

Ammartaggio

Uno degli esercizi di scrittura che faccio ultimamente è ispirato a Sandro Veronesi.
Sandro Veronesi, a un certo punto, ha dato vita a un lungo elenco di cose che aveva da dire, e c’è dentro di tutto.
La cosa interessante è che tanti degli elementi che ha scritto di avere da dire, poi effettivamente sono diventati Caos calmo . Infatti, se avete letto o visto Caos calmo, molte cose che Sandro mette in questa lista , vi risuoneranno.
Questo è un buon esercizio di scrittura non solo perché si capiscono, dalle cose che si hanno da dire, i propri elementi fondativi, ma anche perché queste cose che si hanno da dire sono germinali e, con ulteriore lavoro, potrebbero diventare delle vere e proprie storie, se si vogliono raccontare storie.
Ci saranno tante ripetizioni e altrettante ridondanze, tanti ritorni di memoria e tanti modi di dire una stessa cosa per tornare al solito nodo. Ma, non appena ci si rileggerà, si avrà voglia di riprendere proprio da quel solito nodo per far partire la nostra storia, questa volta più lunga.
Comunque, non posso granché parlare di Caos Calmo perché è uno di quei libri per me "intoccabili", lui uno dei miei eroi e lei, la sua scrittura, una tipologia di scrittura che fa proprio al caso mio.
Per questo, farò un “inno di celebrazione” diverso questa volta, ovvero seguirò la sua scia rendendo pubblica la mia, di lista.

Quarta Caos calmo Quarta Caos calmo

Di seguito le cose che ho da dire:

Ho da dire dell’ultimo film di Sorrentino e della domanda che viene posta a tutti e quindi anche a me “Di chi sono i nostri giorni?”, e ho da dire dell’immagine che mi viene in mente quando cerco di rispondere.
Ho da dire delle persone in generale e in particolare di quelle che camminano sul marciapiede in direzione opposta alla mia e per mano; dei nomi di gusti di gelato che utilizza il mio gelataio preferito e del perché lo sia, se per il gusto che hanno i suoi gelati o per il nome che hanno i suoi gusti; dei luoghi di lavoro senza condizionatore in questo periodo dell’anno; dell’abitare vicino a un ospedale e dei pro e dei contro di questa scelta, se scelta si può definire; degli ingegneri e del lavorare con gli ingegneri, ma anche degli editori e del lavorare con gli editori e di nuovo dei pro e dei contro di questa scelta, se scelta si può definire; delle vacanze ad agosto e della voglia, la pazzia, l’incoscienza e l’allegria, come cantava la Vanoni.
Ho da dire della signora al balcone che ogni giorno alle tredici in punto urla che è ostaggio della sua famiglia e vuole che la liberino; dei caregiver; dell’essere figli unici; del lutto e delle fasi del lutto; del programma Coffee Tech su La7 ogni sabato mattina e dei dibattiti sull’intelligenza artificiale; dei discorsi generazionali e del fatto che annoiano tutti ma mai abbastanza da smettere di essere ripetuti; del caffè che può avere un gusto diverso a seconda del momento della giornata o della settimana o del mese in cui lo si beve; della scelta ormai obbligata di prenotare settimane in anticipo qualsiasi uscita tu voglia fare e del fatto che quando non lo fai si rivela puntualmente la migliore che tu abbia mai fatto; dell’accostamento di queste due parole, scelta e obbligata, e di quante situazioni viviamo che richiedono questo accostamento di parole; della mia amica napoletana che si è trasferita a Bruxelles e di come questa città sia la sua metafora vivente; di alcune parole che in dialetto rendono molto più l’idea rispetto alla parola in italiano, come arriminare, tanticchia, allippatu; del fatto che a volte mi metto a scrivere in contesti orribili come per abbellirli, o non imbruttirmi.




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