Monsieur Solitaire, 4321, Paul Auster, Einaudi, 2017
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Ammartaggio
Cosa sarebbe stato della nostra vita se invece di quella scelta ne avessimo fatta un'altra?
Che persone saremmo oggi se quel giorno non avessimo perso il treno, se avessimo risposto al saluto di quella ragazza,
se ci fossimo iscritti a quell'altra scuola, se... Ogni vita nasconde, e protegge, dentro di sé tutte le altre che non
si sono realizzate, che sono rimaste solo potenziali.
Che vi ispiri o meno il tema delle sliding doors ,
vale la pena scegliere di leggere 4 3 2 1 anche solo
per il semplice fatto che l’ha scritto Paul Auster.
Tra l’altro l’ho iniziato e finito quest’anno senza sapere che il 2024 sarebbe stato l’anno
in cui dispiacersi per una ulteriore perdita, questa volta di uno dei più grandi scrittori del nostro tempo.
Gli ho dato così il mio saluto, a mio modo.
Fatto sta che il 50% delle pagine di questo libro le ho lette ripetendomi in lacrime “Perché? Ma perché? Perché?”
e cioè perché il nostro pianeta non avrà più una penna del genere, ma soprattutto perché non sono nata Paul Auster?
Il restante 50% chiedendomi invece quale dei 4 Archie avessi di fronte: quello che ha perso il padre?
Quello con il padre ancora vivo? Quello con il padre ricco? Quello con il padre povero?
Era troppo semplice limitarsi a scrivere la storia di un ragazzo americano,
nato negli anni 50, nipote di immigrati ebrei originari della Polonia, che vivrà
durante il secolo mitico degli Stati Uniti d’America. Perché non movimentare le cose scrivendo
quattro versioni diverse dello stesso personaggio?
si può rispettare l’ordine del libro che mette insieme le vite dei quattro Ferguson,
dividendo la narrazione nelle fasi della crescita del protagonista. Prima abbiamo le
quattro infanzie di Ferguson (cap. 1.1; 1.2; 1.3; 1.4) poi l’adolescenza (2.1; 2.2; 2.3; 2.4)
poi il college e così via;
oppure si può scegliere di agire autonomamente e leggere separatamente le quattro storie (1.1; 2.1; 3.1 e così via),
dunque il Ferguson n.1 dall’infanzia all’età adulta, il Ferguson n.2 dall’infanzia all’età adulta e così via.
Se, come me, sceglierete il primo modus operandi, il padre potrebbe essere uno dei laccetti rossi a cui aggrapparvi quando vi
sentirete persi, una delle prime cause che portano Archie a fare (o subire?) scelte diverse e dunque avere vite diverse.
Per il resto - forse - vi perderete come me perché ci saranno sempre gli stessi leitmotiv che si ripeteranno in ognuna delle 4 vite di Archie,
come il fatto che passi per Parigi in un modo o nell’altro o che incontri Amy in un modo o nell’altro.
Ed io l’ho preso come un segnale questo, un messaggio dell’autore per tranquillizzare noi lettori ma soprattutto noi viventi: Auster tramite questa
meravigliosa idea di libro dichiara apertamente che sì, ci sono diverse vite che avremmo potuto più o meno consapevolmente scegliere di vivere e molte
varianti a cui non accederemo mai anche solo perché invece di prendere un caffè, quella mattina abbiamo deciso di prendere un cappuccino, ma è altrettanto
vero che è possibile che alcune persone e alcuni luoghi ci seguano o ritornino come un ritornello in ognuna delle nostre vite,
indipendentemente dalle scelte che abbiamo compiuto e dalle strade che abbiamo intrapreso.
Questo mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo e allo stesso tempo mi ha chiarificato molte sensazioni che
ho provato per esempio il primo giorno che ho messo piede in Toscana e ho sentito che quella terra così simile alla
mia (per il verde delle colline e il giallo del grano, per il buon cibo e il buon vino, per il clima e il suo essere
rustica ed elegante allo stesso tempo) è un luogo in cui sicuramente ho già vissuto, magari in vite differenti da questa;
oppure quando mia madre mi racconta di ciò che prova quando va a Parigi (continui déjà-vu); o ancora tutte quelle volte che
ho conosciuto una persona e ho percepito quasi fisicamente di averla già incontrata, di sapere già dove si trovano tutti i suoi nei,
di intuire già tutte le sue turbe mentali o il suo gusto di gelato preferito.
Insomma, Auster con questo libro soddisfa la fame degli amanti del “e se…”, di coloro che, come me,
si riempiono la vita di scenari alternativi. Ricordandoci, però, che ogni scelta - e dunque ogni vita - è unica.
Ed è unica sia perché l’abbiamo compiuta in quel preciso istante in cui eravamo quella precisa persona, sia perché l’abbiamo
compiuta noi e nessun altro.
Sembra banale, lo so, ma a volte ci dimentichiamo di curare il nostro orto, così ossessionati dalle
immagini delle vite altrui che facciamo scorrere come treni a gran velocità dentro ai nostri occhi.
Forse, invece, potremmo iniziare
a considerare che l’erba del vicino è altrettanto verde che la nostra.
Oppure, potremmo semplicemente osservare le foto altrui -
delle vacanze e non - come fossero delle serie tv: con la giusta distanza e consapevolezza che forse forse siamo di fronte a
una finzione. Ma che la finzione non è sempre negativa, perché ci aiuta a immaginare, a fantasticare, a reputare possibili idee
impossibili, e dunque ci permette di realizzare, di creare, che alla fine è l’azione più importante che uno possa compiere nella
propria vita. Indipendentemente da cosa sceglie di creare.
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