Ballo di famiglia, David Leavitt, SEM, 2021

Ammartaggio

"Ballo di famiglia" è un insieme di racconti di David Leavitt, pubblicati da SEM con le nuove traduzioni di Fabio Cremonesi. Leavitt ha esordito poco più che vent’enne e le sue opere, che tra le prime affrontavano apertamente il tema dell’omosessualità, hanno aiutato giovani di tutto il mondo a riconoscersi e trovare il coraggio di parlare anche con famiglie del calibro di "Ballo di famiglia".

Non voglio dire che le famiglie italiane siano migliori – se ancora ne esistono -, ma dopo aver letto anche solo uno di questi racconti converrete con me che forse forse ci è andata ancora bene.

Non è un caso che l’abbia finito oggi come non è un caso che ne voglia parlare oggi, il 17 maggio 2021, Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la trasfobia. No, non credo che sia necessario, né che aiuti nessuno. Credo solo, come sempre, che la vita sia piena zeppa di coincidenze.

David Leavitt nasce a Pittsburgh, si laurea a Yale nel 1983 con professori del calibro di Harold Bloom e Gordon Lish :

Well, as it happens I do have a few stories on hand, and I’m sending them along within the next day or two. I hope you can find something you like

- per saperne di più riguardo quest’ultimo, consiglio il podcast L'abisso editoriale , tutti i libri di Raymond Carver e quelli di Franz Kafka – e si trasferisce in Italia nel 1993, per rimanerci con il suo compagno Mark fino al 2000.

Trattandosi di nove racconti non posso consigliare la lettura, a chi non si è già abituato a questa tipologia di scrittura, senza prima dare due dritte. Io ho sempre avuto un buon rapporto con Cortázar e l’arte del fare i conti:

Uno scrittore argentino che ama molto la boxe mi diceva che in quella lotta che si instaura fra un testo appassionante e il suo lettore, il romanzo vince sempre ai punti, mentre il racconto deve vincere per knock out.

Ovviamente non sto parlando di numeri o di matematica – Dio me ne scampi -: il termine racconto deriva dal latino contus ovvero far di conto, tener conto di qualcosa, far sì che non si dimentichi.
Il racconto deve quindi avere una sua astuzia, un qualcosa che lo renda memorabile seppure non duri molto – e sappiamo quanto durata e lunghezza contino per essere ricordati in questo mondo, non è così? - e una sua struttura, contenuta in un massimo di cinquanta pagine. Deve poi essere allusivo, equilibrato e semplice, non occupare spazio con frasi o parole che non sono necessarie .
Si tratta di un contenitore o una fotografia: il personaggio è statico, non cambia se non fuori dall’immagine, dal focus. L’esempio è La metamorfosi di Kafka in cui il cambiamento è avvenuto fuori dal racconto: tutto inizia in medias res. E per chi ama le fotografie o i contenitori, come me, per il fatto che ti danno una parvenza di ordine, staticità e sicurezza, il tempo passa ma tu non passi mai , non potrà non innamorarsi di questa forma letteraria.

Copertina

Certo, dobbiamo dircelo chiaramente, il rischio di rimanere delusi, se non addirittura depressi, dopo la lettura... C'è. Perché raramente i personaggi, anche in questo caso, cambiano, migliorano ed evolvono, se non nella tua testa. Diciamo che - scusa Cortázar - il romanzo vince per la speranza che ti dà, il racconto per l'immaginazione che ti dona.

Scrivere racconti non è scrivere una fiaba, una parabola, una barzelletta, un diario, una serie cinematografica, un sogno, ma potrebbe essere una di queste cose.

Venendo al dunque - perché qui la stiamo trasformando in una ridicola lezione di letteratura spiccia - il solo ed unico dovere del lettore, invece, è concludere il racconto lo stesso giorno in cui l’ha iniziato. Un racconto non si può lasciare a metà: che tu lo stia leggendo da venti minuti o due ore – ma se sono veramente due ore chiediti se sei veramente di fronte ad un racconto -, devi finirlo. Pena? Edgar Allan Poe che ti viene a trovare nei tuoi incubi peggiori.

L’ambiente è la media borghesia americana degli anni Ottanta – sisi, avete letto bene: borghesia + americana + anni Ottanta = orrore -. Quella delle casette – casone – a schiera con piscine, cani, tavole apparecchiate splendidamente, cibo un po’ meno –

Copertina

  -, barche, foreste, vicinato, case sull’albero e prati immensi, rinchiusi da ringhiere imbiancate di fresco per nascondere la puzza di stantio che si sente una volta oltrepassata la soglia.

Quando superiamo la porta di ingresso, infatti, ci chiediamo subito se siamo finiti in Giappone o in America: si contano più cicatrici che persone, ma l’oro dell’arte del Kintsugi è sostituito con l’ottone.

Non fidarti mai della pulizia. Tutte le cose brutte – le cose davvero brutte – succedono nelle case pulite, dove tutto è ordinato e tutti si dicono buongiorno e nient’altro.

Uno dei miei preferiti è "Contando i mesi". Facile immaginare di cosa tratti, difficile immaginare come lo tratti:

Devi evitare la chemioterapia. Una donna che conoscevo ci ha lasciato la pelle. Dicono che è stata la terapia ad ammazzarla, che era peggio della malattia in sé. [...] Hai sentito Roy? È ancora sposato con quella bambina?

Una meravigliosa parabola sulla difficoltà delle persone nell'evitare di dare aria alla bocca prima che ciò che disprezzano accada proprio a... loro! O, riassumendola alla siciliana: non ghiabba e non maravigghia.

Comunque il libro ci serve anche come insegnamento per chi, ancora, reputa la fortuna strettamente collegata al benessere mentale. Avere soldi non ti permette altro che la possibilità di pagarti un buon analista: il lavoro lo dovrai comunque fare sempre, e solo, tu. E queste famiglie, con tutti i privilegi di cui dispongono, ne sono l'esempio. Ci sono figli non riconosciuti e figli non riconoscenti, madri alle prese con mariti che scappano, padri alle prese con figli che vogliono rubare loro il ruolo, sorelle che lottano una vita intera per comprendere il tragicomico rapporto madre-figlia, amanti ben poco nascosti, incidenti e malattie invece ben bene nascoste e vacanze che hanno tutto il sentore del classico Natale che vorresti finisse il più presto possibile ma al quale non puoi sottrarti, per quella famosa legge contro l’astensione che ancora non ho trovato scritta in alcuna Costituzione Familiare.

Ma soprattutto ci sono frasi di questo tipo:

C’è un uomo che sta facendo uno studio sull’Olocausto […] Ha fatto un grafico. Su un asse ci sono appagamento/disperazione, sull’altro successo/fallimento. Ciò significa che ci sono quattro gruppi di persone: quelli appagati dal successo, che sono facili da comprendere, quelli che sono disperati pur avendo successo, come tanta gente che conosciamo, e quelli che sono disperati per i loro fallimenti. Poi c’è il quarto gruppo: le persone appagate dai fallimenti, che per vivere non hanno bisogno della speranza. Sai chi sono queste persone? […] Quelle persone sono i sopravvissuti.

Non credo esistano parole migliori per descrivere ciò in cui ho sempre creduto. Penso che ognuno abbia le proprie esperienze e che quelle brutte servano a poco, ma una cosa buona la facciano: aiutano a comprendere le diverse gravità, perché Se capisci una disperazione, capisci qualsiasi disperazione. Certo, non è il caso di tutti e questa giornata scritta con la G fa comprendere come ci sia ancora molta strada da fare a tal proposito. Ma questo libro può fare al caso di chiunque soffochi all'interno del non detto, specie quando a non dire sono persone che ti hanno messo al mondo probabilmente, almeno in origine, col fine di insegnarti soprattutto l'arte del dire. Poi i tempi passano, le giornate si susseguono, i buoni princìpi finiscono per essere scheletri nell'armadio - dei tuoi - e tu ti senti come Nina che dovrebbe andare dallo psichiatra perché convinta di essere un alieno.

Diverse le tematiche, diversi i personaggi, ma ho trovato che tutte e tutti convogliassero in un solo, grande e invalicabile scoglio: l’incapacità della classe colta americana – e aggiungerei non solo – di accettare almeno tre degli argomenti trattati in questi racconti, ovvero la malattia, l’omosessualità e la sessualità. Disgustati da tutto tranne che dai propri errori, i genitori si trasformano in figli, i mariti in mogli e viceversa. I nodi, alla fine di queste riunioni obbligate, tornano al pettine, ma il pettine si rompe e il suo unico scopo rimane un vano ricordo. Almeno, questa è la continuazione o conclusione che io ho immaginato per ogni racconto. Pessimista? Può essere.

Data la sua infelicità, erano così indulgenti con lui che gli venne un dubbio: forse aveva la leucemia e nessuno glielo diceva. Poi si rese conto di non avere la leucemia. Di essere semplicemente la vittima passiva di una famiglia in pezzi.

Alla fine di questi racconti capisci che ogni gruppo, assembramento, unione di cervelli più o meno capienti, comporta lati positivi e lati negativi. Per quanto riguarda la famiglia, i primi sono: appoggio, fiducia, compagnia, privilegi, serenità, possibilità, soddisfazioni, aiuti e sicurezza. I secondi, solo per citarne alcuni, sono: chiusura, gelosie, paure, restrizioni, riconoscenza, obblighi, rancori, insoddisfazioni, appuntamenti, firme.

In tutto ciò, se hai la mia fortuna, puoi ancorarti a uno o due elementi che, vuoi per l’età, vuoi per l’apertura mentale, ti tratteranno come un anello della catena, dunque utile ma non l’insostituibile parte di questa fragile rete . So che è molto gratificante, per molti, essere l’insostituibile. Per me è sempre stato un gran lavoraccio, oltre che un'enorme finzione, da cui son sempre riuscita a fuggire, tranne che in famiglia. In caso contrario, puoi ancorarti a te stesso o crearne una nuova, magari non incastrandoti sui soliti nodi.

Nelle prime pagine Leavitt spera di descrivere la disperazione in un’opera narrativa senza mettere in fuga il lettore e la mia risposta, dal basso della mia disperazione, non può che essere positiva.



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